A COSA SERVE AI?

Noi siamo qui

A pochi giorni di distanza OpenAI e Anthropic hanno lanciato le loro prime grandi campagne pubblicitarie. Con due visioni diverse dell’intelligenza artificiale, due promesse opposte.

OpenAI ha scelto la strada della familiarità. Ha ideato tre spot girati in pellicola, con un’estetica calda e rassicurante. Un ragazzo prepara una cena per la ragazza che gli piace. Due fratelli pianificano un viaggio insieme. Un altro ragazzo mette a punto il suo piano di allenamento. ChatGPT li aiuta a organizzarsi, a stupire, a sistemare i dettagli, a trovare la motivazione.

Potrebbero essere pubblicità Barilla. Dove c’è l’AI, c’è casa. Tutto è costruito per allontanare la paura di scenari distopici. L’AI serve per vivere meglio, è destinata a tutti, ci accompagnerà nelle situazioni normali e quotidiane.

Con lo spot Keep Thinking invece Anthropic ha preso la direzione opposta. Immagini di grandi problemi e sfide individuali e collettive, montaggio dinamico e incalzante sulla musica di MF Doom.

“Non c’è mai stato un momento migliore per avere un problema”: l’AI è uno strumento per chi affronta sfide complesse, per professionisti evoluti e persone che vogliono spingersi oltre. Non solo l’AI non ci toglie la nostra umanità, ma la potenzia e la fa evolvere, dicendo che dobbiamo continuare a creare, progettare, costruire, pensare.

Qualche giorno dopo OpenAI ha lanciato Sora 2. Un nuovo strumento per generare video incorporato dentro un’app che è un social network simile a TikTok. Puoi creare clip di 10 secondi usando avatar personalizzati, versioni digitali del tuo volto e della tua voce. Puoi metterti in qualsiasi situazione immaginabile, camminare per San Francisco con un bulldog, combattere in Mortal Kombat, registrare un podcast con Obama.

E quindi un’altra interpretazione dell’AI profondamente diversa: né produttività né organizzazione della vita quotidiana, ma generazione di contenuti completamente irreali e artificiali, per lo più ludici e destinati ad amplificare la proliferazione di intrattenimento cheap già favorita dai social media.

Eppure, pochi giorni prima Sam Altman aveva scritto in un post che con la potenza computazionale giusta l’AI potrebbe curare il cancro, e affrontare tante altre sfide globali di questa portata.

Ma allora a che serve l’AI?

Serve per pianificare una cena o per curare il cancro? Serve per pensare meglio o per creare versioni digitali di noi stessi in situazioni assurde? Fare diagnosi meglio dei medici o generare contenuti strani e inutili?

Risolverà i grandi problemi ambientali o li aggraverà consumando sempre più energia? Sarà il nostro onnipresente assistente personale o diventerà il sistema operativo invisibile delle aziende e dei governi?

E quando non si vedrà più, quando sarà integrata in tutto, avrà ancora senso studiarla? O, come sostengono i creativi irriducibili, è meglio ignorarla, occuparsi d’altro, leggere romanzi russi e guardare film ungheresi per rafforzare sensibilità e cultura?

Flashback

Quando alla fine del 1983 Apple lancia il Macintosh con lo spot 1984 diretto da Ridley Scott, non ci sono dubbi sul futuro che ha in mente. Una ragazza irrompe nel grigiore di una società omologata e oppressa, distrugge lo schermo dal quale parla il “grande fratello”, e dice: con noi il 1984 non sarà come quello di Orwell.

Steve Jobs descriveva il personal computer come “una bicicletta per la mente”: un’estensione delle capacità cognitive umane. Nessuno sapeva ancora esattamente cosa ci avrebbe fatto, ma grazie a quella metafora tutti capivano in che direzione puntava quell’innovazione.

Nel 1995 Bill Gates, ospite da David Letterman, spiega che cos’è internet a un pubblico che ne aveva a mala pena sentito parlare. “Ma a che serve se posso già ascoltare la partita alla radio?”, scherza Letterman. Il pubblico ride. Ma Gates con tono dimesso da nerd gli spalanca davanti il futuro con sorprendente chiarezza.

Nessuna tecnologia all’origine può prevedere tutti gli sviluppi che abiliterà. Eppure i pionieri dell’innovazione digitale avevano in mente una visione, un’idea del mondo che le loro invenzioni avrebbero contribuito a creare.

L’AI a volte sembra troppo potente e piena di possibilità per essere racchiusa in una visione univoca.

Quando nel novembre del 2022 ChatGPT diventa mainstream, l’AI poteva già fare di tutto: scriveva testi, generava codice, analizzava dati, creava immagini, componeva musica. Tanto che ad accompagnarla c’era la promessa dell’Artificial General Intelligence, ovvero di un’intelligenza in grado di superare in ogni campo le facoltà umane. Un orizzonte vago, lontano, quasi mistico, difficile da verificare.