FUTURI PREFERIBILI

Raccontiamo i nostri Futuri Preferibili in tre mosse

Partiamo da qualcosa che accade nel presente, prendiamo la rincorsa nel passato e facciamo un salto nel futuro. Non per prevederlo, ma per provare a indirizzarlo.

Noi siamo qui

Lo scorso weekend Paolo si è trovato a svuotare una casa di famiglia dove ha vissuto parte della sua infanzia.

Non era preparato a un’esperienza così intensa: attraverso gli oggetti, ha rivissuto un pezzo di vita. Emozioni, ricordi, situazioni che stavano imprigionati nelle cose come insetti nell’ambra.

Quegli oggetti testimoniavano di un modo di vivere che passava attraverso le cose, che si realizzava nelle cose. Ogni evento, ogni momento di passaggio, ogni vacanza diventava qualcosa: un utensile, un souvenir, una fotografia, un documento. Oggi nella maggior parte delle nostre case non ci sarebbe spazio per tutta quella roba, e allora viene da chiedersi: dove vanno a nascondersi le nostre vite?

Qualche giorno dopo ci siamo trovati a un evento con responsabili di aziende manifatturiere e ingegneristiche. Parlavano del loro lavoro con una certa difficoltà, come se dovessero giustificarsi. Si sentivano estranei rispetto al cuore della rivoluzione digitale. Fuori dal centro del cambiamento.

Sono aziende innovative, usano tecnologie all’avanguardia, sperimentano e inventano. Eppure restano fuori dalla mappa più evidente dell’innovazione, perché lavorano con gli atomi anziché con i bit.

E quindi ancora: che fine ha fatto la materia? Abbiamo fatto scomparire la realtà?

Flashback

Tutta l’evoluzione umana è stata condizionata da vincoli fisici. Lo spazio: per spostarci dovevamo attraversare territori, superare montagne, navigare oceani. Il tempo: le stagioni determinavano quando seminare e quando raccogliere, le ore di luce quanto potevamo lavorare. La materia: dovevamo piegarla, modellarla, combattere contro la sua inerzia.

Ogni attività umana doveva fare i conti con ostacoli logistici. Ogni cosa doveva essere trasportata, stoccata, conservata.

La storia della civiltà è stata essenzialmente una storia di superamento progressivo di questi limiti. Abbiamo costruito strade, ponti, navi. Abbiamo inventato l’elettricità per vincere il buio. Abbiamo sviluppato tecnologie per lavorare materiali sempre più resistenti. Ogni innovazione era un modo per liberarci dalla pesantezza del mondo fisico.

Nel 1995 Negroponte scrive il libro epocale Being Digital, e annuncia il passaggio dalla pesantezza degli atomi alla leggerezza dei bit. L’informazione non aveva più bisogno di supporti fisici. La conoscenza poteva viaggiare alla velocità della luce. I processi potevano essere replicati all’infinito senza costi marginali.

La smaterializzazione era il progresso: più veloce, più efficiente e più scalabile. Le conquiste per l’umanità sono state vertiginose. Accesso istantaneo a biblioteche intere. Comunicazione senza confini geografici. Processi che prima richiedevano settimane condensati in secondi. La conoscenza liberata dai supporti fisici, finalmente accessibile a tutti. Intere economie nate dal nulla, e industrie trasformate e rilanciate dalla digitalizzazione.

Era un movimento di liberazione. Stavamo sciogliendo la pesantezza del mondo.

Quando nel 2007 Steve Jobs presenta l’iPhone, dichiara che per farlo funzionare “useremo il miglior dispositivo di puntamento al mondo. Un dispositivo con cui siamo nati. Ne abbiamo dieci: le nostre dita.”

Sembrava la definitiva fusione tra mondo fisico e mondo digitale. Eppure, mentre le dita sostituivano le mani, perdevamo presa sul mondo.

Sono state le mani a renderci umani. In tedesco “agire” si dice “handeln”, una parola che contiene “hand”, mano. “I can handle it” significa “posso fare qualcosa, posso gestire la situazione”.

Oggi non dobbiamo più handeln quasi niente perché non abbiamo più a che fare con cose pesanti, fatte di atomi. Viviamo nell’era delle “non-cose”: oggetti che diventano flussi di informazione senza peso, senza presenza e senza resistenza. In cui la materia viene sostituita dalle interfacce.

Siamo diventati “handless”, senza mani. Viviamo sempre più nella testa, sempre meno nel corpo.

L’handle ha lasciato posto allo swipe, e questo non ha cambiato soltanto il nostro modo di agire, ma anche il nostro modo di “selezionare” la realtà. È cambiato il criterio con cui scegliamo cosa vale la pena apprendere, conservare, tramandare.

Tutto ciò che non si può tradurre in dati tende a scomparire. Gli archivi digitali includono solo ciò che può essere convertito in sequenze, pattern, token.

Una storia raccontata a voce vive solo nel momento in cui viene detta, tra chi parla e chi ascolta. Una tecnica artigianale si impara guardando le mani di chi la pratica, ripetendo i gesti, sbagliando e correggendo. Questi saperi non si possono convertire in dati perché non esistono come testo: esistono come esperienza condivisa.

Ecco perché a Paolo sembrava che non ci fosse più posto nel mondo per gli oggetti della sua famiglia. Ecco perché le aziende manifatturiere che abbiamo incontrato a quell’evento si sentivano estranee. Il loro sapere non si può digitalizzare completamente. Non si può convertire in un manuale o in un database. Vive nelle mani dei tecnici, nei gesti ripetuti migliaia di volte, nell’esperienza diretta con la resistenza dei materiali.

Tutto ciò che è nato dall’arte di “to handle” la realtà e la materia, fatica a proiettarsi in un mondo senza mani.

Fast Forward

Eppure, proprio quando sembrava scomparsa, cominciano ad apparire dei segnali di ritorno della realtà fisica.

In parte, anche se sembra un paradosso, è proprio l’intelligenza artificiale a favorire questo ritorno. Perché da un lato l’AI sembra completare la smaterializzazione del mondo, ma dall’altro abilita nuove modalità del “fare”, ricreando una certa prossimità tra idea e materia, tra progettazione e realizzazione.

Intorno all’AI sta nascendo una nuova generazione di maker. Persone che hanno gli strumenti per tornare a costruire in prima persona. E del resto “to build, costruire, è uno dei verbi chiave dell’era dell’AI.

Il designer può passare dall’idea al prototipo fisico con una velocità impensabile prima. L’ingegnere può sperimentare direttamente, vedere subito i risultati del proprio lavoro. L’artigiano può combinare sapere antico e strumenti nuovi senza dover rinunciare a nessuno dei due.

L’AI riavvicina il momento del pensiero e il momento della realizzazione.

E a questo movimento si accompagna anche quello del ritorno delle comunità fisiche, del bisogno e del desiderio di tornare a incontrarsi di persona per condividere pratiche ed esperienze.

Si può vedere nel fenomeno sempre più diffuso degli eventi pop-up: comunità nate online che si materializzano temporaneamente nel mondo fisico. La community di Cursor ha creato il Cafè Cursor, un bar in cui incontrarsi e scambiarsi idee. Claude ha creato un Hat popup a New York, dove distribuiva penne e cappellini con scritto “Thinking”. Coinbase ha creato un Basecamp in Vermont. Ethereum ha creato Zuzalu, un evento fisico con centinaia di spin-off globali.

Sono esperimenti di incarnazione. Comunità digitali che decidono di occupare spazio, di trovarsi per esserci fisicamente. E se funzionano, questi popup possono diventare permanenti, o appuntamenti ricorrenti.

Cosmico, la piattaforma di cui Matteo è co-founder e Chief Community Officer, lo sta facendo con Wanderwork: eventi ricorrenti in cui la community di Cosmico si materializza, e che diventano dei veri e proprio hub locali, animati dalle persone che stanno sul territorio.

L’iniziativa ha suscitato moltissimo entusiasmo e partecipazione: più il lavoro diventa digitale, distribuito, immateriale e solitario, più c’è bisogno di luoghi dove incontrarsi e stare. Più che per compensare una mancanza, per il desiderio di completare l’esperienza, di renderla tridimensionale.

Internet non è un luogo, ma esistono luoghi in cui Internet vive. Gli uffici, le startup, i data center, le conferenze e gli incontri tech. Proprio come il cristianesimo non è un luogo, ma esistono luoghi cristiani: chiese, cattedrali, paesi con la croce sulla bandiera.

Via via che le persone tornano a incontrarsi, via via che l’AI potenzia la capacità di fare e di costruire, stanno ricomparendo le mani. Il lavoro torna a essere hands-on, mani in pasta. Non come reazione alla tecnologia, ma come conseguenza diretta della sua evoluzione.

E qui si apre una grande opportunità anche per le aziende manifatturiere. Il loro know-how, il loro sapere, il loro modo di innovare modellando la materia anziché cancellandola, è ancora attuale e può ancora insegnarci molto.

Ciò che resiste alla tokenizzazione torna a essere distintivo. L’apprendistato, la trasmissione maestro-allievo, il fare insieme: tutte quelle modalità che sembravano obsolete ritrovano senso. L’AI fa tornare attuale la trasmissione di pratiche concrete, l’apprendimento basato sul fare tipico delle botteghe artigiane.

La materialità non è un ostacolo da superare. È un vincolo creativo da abitare.

Gli oggetti che Paolo ha trovato nella casa di famiglia raccontano di un’epoca in cui le cose riempivano la vita in modo diverso. È vero: abbiamo meno bisogno di accumulare oggetti. Ma forse il punto non è tornare alle cose, ma ridefinire totalmente il concetto di “cosa”, la nostra relazione con la materia.

Perché il futuro preferibile non è la completa smaterializzazione. È imparare di nuovo a fare cose, a occupare spazio, a usare le mani. È capire che la realtà non è mai davvero sparita. Stava solo aspettando che tornassimo a cercarla.